... canti popolari                                                 Cava Manara
 
 

Diversi anni or sono, circa mezzo secolo, una gaia comitiva si presentņ ad un veglione al popolare Teatro Guidi ora ridotto a stazione di servizio per le automobili, nel caratteristico costume dei lavandai del Ticino, ed alle danze alternņ il canto di una canzonetta, «La lavanderina», che ebbe immediato e duraturo successo. Eccone alcune originali battute:

Mi sum la lavandéra
ca sgöba in sal Tesķn
da chi gņ la caldéra
da lą linsö e mantin,
. . . . . . . . . . . . . . . .
cich ciach e frega e rsenta
l' č sempar sta cansón
da föra sum ridenta
da dentar gņ l magón
. . . . . . . . . . . . . . . .
O lavanderina l'ura l'č suną;
gił na sgüradina e pö fila a seną
gił na sgüradina e pö fila a seną
o lavanderina l'ura l'č suną


(segue la seconda strofa)

Autore di questa canzonetta fu il compianto poeta dialettale prof. Rocco Cantoni.

Si sente ancora cantare nelle osterie popolari la canzone della Paola, ipotetico nome prezioso per la rima, la quale dovrebbe essere sempre pronta a portar da bere:

Paula, Paula, porta la pinta in taula
Paula, Paula, porta chi da bev
E quand che gh nč pü, in cantina gh nč ummņ
. . . . . . . . . . . . . . . .
Paula, Paula, porta la pinta in taula,
Paula, Paula, porta chi da bev

Nei popolari balli pubblici č facile sentir cantare:

E intant che la balava
i caramčl a ia ciüciąva
amur amur amur
dčgh da beva i sunadur

Non occorre grande spirito psicologico per capire che lo spunto di questa canzone viene dato dall'orchestra; e gią che siamo in tema di suonatori, vogliamo ricordare anche il fatterello seguente di cui si garantisce l'autenticitą.
Una compagnia di musicanti che avevano rallegrato con i loro ballabili la sagra di un paese di provincia, ritornava, la mattina successiva, a Pavia. I sistemi di locomozione erano, in quel tempo, limitati alla corriera a cavalli, la quale, trattandosi di giorno di mercato, era quanto mai affollata. Il suonatore di flauto mise il suo strumento in tasca, cosģ pure quello del clarino, il «maestro» potč tenere il proprio violino appoggiato sulle ginocchia come fece quello della viola; pił difficile risultņ la situazione del suonatore di contrabbasso il quale, non potendo pretendere di far entrare nella vettura il suo strumento troppo ingombrante, dovette adattarsi a ricoverarlo, avvolto nella sua sacca di tela, sul tetto del veicolo dove gią stavano cesti, canestri e fagotti d'ogni sorta. Arrivati a Pavia, i viaggiatori scendono ed il vetturino, salito sull'imperiale, consegna ai singoli proprietari tutta la mercanzia ivi esistente:

Da chi l'č cal fagņt chi?   e lo mostra. Un viaggiatore lo riconosce per suo, lo ritira e se ne va.

E chi pui chi d' chi čn?    Una donnetta ritira e ringrazia.

Rigił, l'č la vostra c' la cavagna chi?
No! l'č la mia;
   risponde un ragazzo; la riceve e fischiettando si allontana.

Quando ormai tutto č scaricato, si sente il vetturale che, dopo aver tagliato qualche spago ed aver sfatto pił di un nodo, domanda a voce alta:

E cal sach chi ad tąpal, da chi l'č?   Nessuno risponde perchč nessuno aveva collocati sciąveri sull'imperiale.

I capģ?   ripete pił forte l'auriga, da chi l'č cal sach chi d tąpal   ed alzandolo con le mani lo mostra ai pochi viaggiatori rimasti.

Misericordia! Il sacco era la custodia del contrabbasso e i tąpal i resti dello strumento che per aver urtato contro le travature del Ponte Coperto a quel tempo molto basse, era andato a pezzi!

Un canto ingenuo, quasi amoroso richiamo č:

Ve chi Ninčta suta l umbrelģn
ve chi Ninčta ca t farņ n basģn
ve chi Ninčta ca t darņ n bčl fiur
ve chi Ninčta ca farum l'amur

E i coscritti? La canzone di prammatica, cantata sull'aria di una marcia militare mentre percorrevano la cittą e al ritorno in paese era questa:

Sum passą da la Strą Növa
ho incuntrą la mč murusa
la m' ą dit che le l' č spusa
mi gh o dit ca sum suldą

Altra canzone dei coscritti era quella che si riferiva al numero estratto a sorte in occasione della leva militare, numero che determinava la ferma sotto le armi:

Guarda morosa, guarda sul cappello
guarda che bel numero, guarda che bel numero
guarda morosa, guarda sul cappello
guarda che bel numero che mi ho tirą.
E mi ho tirato l nümar cencinquanta
e l'amur l' č tanta e mi sun suldą.
E i süch e i süch i pendan
i pendan in sla ciuénda, (siepe)
e i süch e i süch i pendan
i pendan in sal süchč.

Una canzone che vola col pensiero oltre l'Atlantico, evidente esortazione alle belle campagnole affinchč lascino per un po' il lavoro e si concedano un momento di buon tempo col damo:

Ciąpa la ruca e l füs e mandi in Califorgna
ciąpa la ruca e 1 füs e mandi in Califorgna
ciąpa la ruca e 1 füs e mandi in Califorgna
e mandi in Califorgna, in Califorgna a stupą i büs.
Gingin pepč uč uč uč.
Gingin pepč uč uč uč.

La musa popolare, poi, non č mai stata insensibile agli avvenimenti politici, Ne abbiamo la prova in due preziosi opuscoli conservati nella Biblioteca dell'Universitą di Pavia. Uno di questi ci presenta la composizione, di autore sconosciuto, stampata a Venezia da Giovan Antonio Valvassori detto Guadagnino, subito dopo la battaglia di Pavia, col titolo «L'assedio di Pavia con la rotta et presa del Re Cristianissimo MCCCCCXXV» nella quale lo storico fatto d’arme č minutamente descritto; un altro stampato a Pavia nella tipografia di Carlo Porro al Palazzo, senza data ma certamente all'epoca (1655) che descrive la «Partenza dei francesi dalla cittą di Pavia, Historia bellissima dove s'intende quanto č successo nella Cittą durante l'assedio fatto dagli Eserciti (sic) Francese e Modenese». Una nota avverte che questa «bellissima historia» č stata «data in luce da un soldato nell'Assedio» e che va cantata «sopra l'aria di Monsł Cattellano».

Un'altra canzonetta, sempre relativa all'assedio del 1655, «Nova Historia sopra l'assedio di Pavia» assai pił arguta della precedente e della quale chi scrive conserva un esemplare, fu stampata «In Cremona & in Verona per li Rossi», composta da Ambrogio Verpello detto «il Bosino da Porta Renza» un milanese quindi, e doveva essere cantata «sopra l’aria la mia donna importuna». Peccato non siano giunte fino a noi anche le stesure della musica! Č nota poi, sullo stesso argomento, la composizione poetica commentata da R, Soriga: «Da Mas ven sta Canzon fatta da Zan Tripon det 'l Botaz Suav ch'ą destruu bon bocon no ghe 'l pił brav». (Bollettino della Societą Pavese di Storia Patria 1921 (a. XXI) pag. 90: Poesie politiche pavesi del Prerisorgimento). Riportandoci a tempi relativamente pił recenti, ricorderemo l'esortazione diretta nel 1847 da Milano ai giovani lombardi affinchč, per sottrarre introiti a1l'erario austriaco si astenessero dal fumare. L'invito venne accolto con unanime entusiasmo anche dai cittadini e dagli studenti di Pavia fra i quali fu presto di moda la cabaletta:

Hanno il sigaro fra i denti
solo i birri e i confidenti;
Cittadini state attenti
se vi preme il vostro onor.

L'avv. Giacomo Franchi nella sua «Pavia che fu» (G. Franchi, «Pavia che fu» Pavia, Tip S.U.P.E.R. 1938), ricorda il fiorire, durante gli episodi del 1848, di poesie e canzonette esuberanti di entusiasmo patriottico anche se non del tutto ortodosse in fatto di prosodia e di grammatica, e fra queste «il sonetto dedicato ai 500 volontari pavesi che vanno bersagliere al campo». In questa composizione, annota il Franchi, invece delle rime alterne, ogni quartina e ogni terzina ha una propria unica rima, e, pił curiosa ancora č la nota esplicativa che riportiamo fedelmente: «Per libertą di stampa non si attiene alla pedanteria delle regole d'alternar la rima».

Parecchi anni dopo, infine, nel 1859, con la Bella Gigogin divenne popolare anche a Pavia il noto ammonimento al conte Francesco Giulay, comandante in capo degli austriaci contro i franco-piemontesi

Guarda Giulay ca vegn la primavera .... e che finiva:
Ciąpa Giulay e mįtl in la pügnata
Fiöi d'una vaca, dal bröd a na fąrą!